Nel pomeriggio di sabato 3 ottobre, intorno alle 17.30, gli abitanti della Torre 13 del complesso residenziale Madonna Bianca, a Trento, hanno sentito una serie di colpi secchi provenire dalle finestre del palazzo. Inizialmente alcuni hanno ipotizzato si trattasse di petardi, ma ben presto è emerso che i rumori erano spari di pistola, circa una decina, diretti verso quattro appartamenti, uno dei quali occupato da una studentessa di 17 anni.
Le pallottole hanno frantumato vetri, infranto tapparelle e perfino trafitto una finestra, finché un proiettile è penetrato nella stanza dove la ragazza studiava, ferendola solo marginalmente. Nessun ferito grave è stato registrato, ma i danni materiali hanno lasciato la comunità profondamente scossa e le famiglie hanno trascorso la notte in stato di ansia.
Il raid armato nella Torre 13: dinamica dei fatti
Secondo le ricostruzioni fornite dalla Polizia di Trento, i responsabili, due uomini, sono fuggiti a tutta velocità a bordo di un’auto, che secondo alcune testimonianze è stata successivamente trovata in fiamme, sebbene le autorità non ne abbiano confermato la veridicità. Il veicolo di fuga è stato individuato poco dopo, permettendo l’avvio di un vasto presidio di forze dell’ordine nella zona, con la raccolta di testimonianze e il recupero dei bossoli calibro 9 mm presso la scena.
Le vittime e i danni materiali
Le pallottole hanno colpito tre abitazioni al primo piano e una al secondo, infrangendo finestre, bussolature e persino una porta blindata. Uno dei colpi ha attraversato una tapparella, il vetro e si è ancora piantato nella stanza di una bambina che stava studiando, creando timori per la sua incolumità. Oltre al trauma psicologico, gli inquilini hanno subito costi di riparazione e la necessità di ricorrere a misure di sicurezza temporanee.
Indagini: una faida tra famiglie sinti dietro al gesto
Le autorità hanno rapidamente ipotizzato che la motivazione dell’attacco fosse legata a una faida tra due nuclei familiari di origine sinti. Il bersaglio principale sembrerebbe essere un uomo di 39 anni, condannato nel 2024 a sette anni di reclusione, che viveva in un appartamento della Torre 13 e stava scontando gli arresti domiciliari. La disputa, alimentata da violente liti avvenute anche all’interno del carcere di Trento, avrebbe spinto la parte avversaria a organizzare una “spedizione punitiva” partendo da Bolzano.
La procura, guidata dalla pm Alessandra Liverani, ha identificato i due aggressori come provenienti da Bolzano e ha avviato immediatamente le operazioni di ricerca. Le indagini hanno inoltre portato alla revoca dell’alloggio concesso al pregiudicato, decisione annunciata dal presidente di Itea e confermata dal sindaco, nella speranza di ridurre la tensione nella comunità.
Reazioni istituzionali e misure a tutela dei residenti
Il sindaco di Trento, Franco Ianeselli, ha espresso la sua massima fiducia nelle forze dell’ordine, sottolineando che i colpevoli sarebbero stati catturati al più presto. Ha inoltre dichiarato che la revoca dell’alloggio al soggetto bersaglio rappresenta “una bella notizia” per le famiglie della Torre 13, che da giorni vivono sotto un clima di paura e insonnia. Il Comune ha promesso di mantenere un presidio continuo nella zona e di ascoltare le richieste di supporto psicologico avanzate dagli abitanti.
Nel frattempo, la Polizia continua a raccogliere i bossoli rimasti sul posto e a valutare eventuali ulteriori raccordi con altri episodi di violenza tra membri della stessa comunità sinti. Le prime notizie indicano che gli indagati saranno presentati davanti al giudice nelle prossime ore, mentre le autorità cittadine studiano misure preventive per evitare il ripetersi di simili azioni intimidatorie.



