Il Veneto ha compiuto un passo significativo nel dibattito sul fine vita approvando una legge che disciplina le procedure per il suicidio medicalmente assistito. Con 32 voti favorevoli, 5 astenuti e 14 contrari, la regione diventa la prima amministrata dal centrodestra a dire sì dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.
La legge, promossa dall’Associazione Luca Coscioni e sottoscritta da 7.800 cittadini trentini, definisce le modalità attraverso cui il servizio sanitario regionale dovrà gestire le richieste e il percorso di assistenza previsto. Il voto conclude un confronto politico particolarmente intenso, che ha coinvolto maggioranza e opposizione su una materia che tocca questioni etiche e personali profonde.
Il dibattito in Trentino
In Trentino, il confronto è in corso in Commissione tra autodeterminazione e tutela della vita. La proposta è attualmente all’esame della Provincia autonoma di Trento. Durante l’audizione sul ddl d’iniziativa popolare sul fine vita, si sono collegate da remoto Filomena Gallo e Giulia Crivellini, rispettivamente segretaria nazionale e componente della Giunta dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.
Gallo ha sottolineato che il disegno di legge non introduce un nuovo diritto né modifica i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, ma disciplina l’organizzazione del servizio sanitario provinciale nell’applicazione di quanto già stabilito dalla Corte costituzionale. Il servizio pubblico spetta infatti verificare le condizioni cliniche, la piena capacità decisionale, la libertà e consapevolezza della scelta e la conoscenza delle alternative disponibili.
I tempi e le garanzie
Gallo ha ribadito che le cure palliative devono essere concretamente accessibili e offerte, ma non possono diventare un trattamento obbligatorio. Ha quindi chiesto di proseguire nell’iter e approvare il disegno di legge, aggiornandolo alle più recenti indicazioni della Corte costituzionale, con l’obiettivo di rendere effettive le garanzie già previste ed evitare che il ricorso al giudice diventi necessario per ottenere l’intervento del servizio sanitario.
Crivellini si è soffermata sugli adeguamenti tecnici proposti al testo alla luce delle più recenti sentenze della Corte costituzionale. In primo luogo ha suggerito che il ddl non definisca direttamente i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, ma rinvii alla normativa statale e alla giurisprudenza costituzionale, mantenendo così chiaro il confine tra la competenza statale sulle condizioni sostanziali e quella provinciale sull’organizzazione del servizio.
Le preoccupazioni e le riflessioni
La consigliera Maule ha posto una questione di carattere etico, chiedendosi se una disciplina del suicidio medicalmente assistito possa rappresentare l’inizio di un piano inclinato soprattutto nell’attuale contesto sociale, caratterizzato dall’indebolimento delle reti familiari e comunitarie e dalla crescente solitudine delle persone fragili. Pur riconoscendo la stringenza dei requisiti individuati dalla Corte costituzionale, Maule ha espresso il timore che una persona malata possa arrivare a percepirsi come un peso per la famiglia o per la società e che questa condizione possa incidere sulla sua scelta.
Il prof. Claudio Eccher per la Fondazione trentina per la ricerca sui tumori ha ricordato l’evoluzione avvenuta negli ultimi decenni dal consenso informato alle disposizioni anticipate di trattamento e al rifiuto dell’accanimento terapeutico. Collocando il suicidio medicalmente assistito all’interno di una riflessione sulla dignità della persona e sulla libertà di scelta nelle condizioni definite dalla Corte costituzionale. Non si tratta, ha affermato, di pronunciarsi sulla morte, ma sulla libertà della persona e sulla responsabilità delle istituzioni di garantire procedure chiare e rigorose.
Eccher ha sottolineato il ruolo centrale del servizio sanitario nella verifica dei requisiti e la necessità di una valutazione multidisciplinare, nella quale trovino spazio anche le cure palliative. Sui tempi ha invitato a evitare automatismi troppo rigidi, perché ogni situazione clinica richiede una valutazione specifica, pur riconoscendo la necessità di risposte certe. In assenza di una normativa nazionale, ha quindi sostenuto l’opportunità di una disciplina provinciale, osservando che la mancanza di regole può determinare anche una disparità tra chi dispone delle risorse economiche per rivolgersi a strutture all’estero, ad esempio in Svizzera, e chi non ne ha la possibilità.



