Il 13 ottobre la Guardia di Finanza del comando provinciale di Trento, coadiuvata dal Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata (SCICO) e dal Nucleo Speciale Repressione Frodi Tecnologiche, ha messo al tappeto un complesso schema di truffa legato al finto mining di criptovalute chiamato “Hashburst”. L’operazione, realizzata con l’appoggio di Eurojust, ha portato all’esecuzione di cinque misure cautelari personali e al sequestro preventivo di oltre 877.000 euro nei confronti di due dei presunti profittevoli.
Le misure cautelari e i sequestri sul territorio nazionale
Le autorità hanno agito in una serie di province tra cui Cremona, Lecco, Mantova, Milano, Monza Brianza, Pavia, Trento, Treviso e Vicenza, oltre a una sede in Belgio. Le perquisizioni hanno interessato anche regioni come trentino alto Adige, Lombardia e Veneto, dove sono state raccolte numerose prove documentali. Il decreto del G.I.P. di Trento richiesto dalla Procura distrettuale della Repubblica di Trento, ha autorizzato il sequestro, anche per equivalente, dei beni riconducibili alla truffa.
Dettagli delle cinque ordinanze di custodia cautelare
Le cinque persone messe agli arresti domiciliari includono tre residenti tra il Pavese, Trento e il Varesotto, oltre a un tecnico milanese e un uomo di circa 70 anni perquisito a Treviso, estraneo al gruppo ma coinvolto nella ricerca di wallet Bitcoin. Tutti i soggetti sono stati collegati a un schema di investimento ingannevole basato su device elettronici presentati come supercomputer ad alta tecnologia integrati con intelligenza artificiale.
Come operava la truffa Hashburst
Gli indagati organizzavano convegni in hotel di prestigio trentino, sfruttavano i social network e la rete di un consulente finanziario locale per attrarre risparmiatori, imprenditori, pensionati e liberi professionisti. Gli investimenti richiesti variavano tra 4.000 e 30.000 euro per singolo apparato, con la promessa di guadagni irrealistici tra 0,8 e 1 Bitcoin mensili o annuali, derivanti da attività di “estrazione” di Bitcoin, Ethereum, Dogecoin e Litecoin.
Dispositivi venduti e risultati ingannevoli
Le indagini hanno scoperto che i cosiddetti supercomputer erano in realtà semplici personal computer assemblati, privi della potenza di calcolo necessaria per il mining. Le piattaforme online fornite ai clienti per monitorare i presunti profitti si sono rivelate fasulle: le richieste di chiarimento venivano placate con piccoli rewards di poche decine di euro e scuse legate a cambi societari o problemi tecnici.
Architettura finanziaria internazionale
Il flusso di denaro era strutturato per sfuggire alla tracciabilità. Le vendite venivano fatturate da due società di diritto inglese riconducibili ai membri del gruppo, mentre i pagamenti venivano convogliati su conti correnti esteri, prevalentemente presso banche belghe. Questo modello ha permesso di nascondere il ricavato reale, stimato in circa 5 milioni di euro per il solo cluster di Trento, rispetto ai 877.000 euro accertati dalle querele.
Profili dei soggetti coinvolti
Tra i principali responsabili emerge un individuo di origine lombarda, residente in Svizzera, con precedenti per reati economico-finanziari e legami noti a contesti della ‘ndrangheta. Nel giugno 2023 era già stato sottoposto a misura cautelare personale per presunte frodi legate al PNRR. La sua esperienza nel settore sembra aver facilitato la costruzione dell’apparente credibilità del progetto Hashburst.



