Le forze dell’ordine trentine hanno portato alla luce un complesso sistema di caporalato che, dal 2020 al 2025, ha coinvolto più di un centinaio di lavoratori stranieri impiegati principalmente nell’agricoltura della Val di Non e in alcune attività di ristorazione. Gli investigatori hanno proceduto con due operazioni distinte ma collegate, culminate in sequestri per un valore complessivo superiore a un milione di euro.
Sequestro da 384.551 euro contro un imprenditore del settore ristorazione
La Guardia di Finanza di Trento ha disposto il sequestro preventivo di 384.551 euro nei confronti di un imprenditore di origine straniera operante nella ristorazione. Le indagini hanno ricostruito un schema di intermediazione illecita volto a facilitare l’ingresso in Italia di connazionali, a cui venivano richiesti importi compresi tra 10.000 e 12.000 euro per ottenere il visto, oltre a ulteriori 4.000-6.000 euro per la presunta regolarizzazione del rapporto di lavoro.
Una volta arrivati sul territorio, i braccianti venivano collocati presso aziende agricole della Val di Non, dove le condizioni erano ben al di sotto di quanto stabilito dal contratto collettivo nazionale. Orari di lavoro prolungati, retribuzioni vergognosamente basse e assenza di contratti scritti caratterizzavano la loro quotidianità. Inoltre, l’imprenditore provvedeva a sistemare i migranti in immobili di sua proprietà: abitazioni sovraffollate e in condizioni di degrado, per le quali veniva richiesto un pagamento aggiuntivo.
Tratta di lavoratori nigeriani nella Valsugana: arresti e maxi sequestro
Parallelamente, la Procura di Trento ha avviato un’indagine che ha coinvolto una coppia nigeriana e tre imprenditori trentini, tra cui due titolari di un’azienda agricola di frutta nella Valsugana. Gli inquirenti hanno accertato che la coppia fungeva da caporale, reclutando migranti in Nigeria, coprendo i costi di viaggio e garantendo vitto, alloggio e persino i permessi di soggiorno. Una volta in Italia, i lavoratori erano soggetti a violenze, minacce e turni di lavoro superiori a quanto legale.
Gli imprenditori trentini erano al corrente della situazione e hanno continuato a pagare la coppia nigeriana per ricevere la forza lavoro, pur sapendo che la maggior parte della retribuzione doveva essere devoluta al caporale. Le autorità hanno scoperto anche l’uso di imprese fittizie create per falsificare le presenze, le ore lavorate e i permessi di soggiorno, ottenendo così vantaggi economici illeciti. Il terreno su cui operavano è stato affittato a soli 500 euro l’anno, a testimonianza di ulteriori manipolazioni finanziarie.
Nel corso dell’operazione anti-caporalato, la Guardia di Finanza ha effettuato un maxi sequestro di 800.000 euro nei confronti di un imprenditore trentino, parte della stessa rete criminale che ha sfruttato i braccianti nigeriani. La coppia nigeriana è stata arrestata in flagranza, mentre i cinque indagati – comprendenti i due trentini, la coppia nigeriana e un terzo soggetto di origine dell’Europa dell’Est – rimangono in custodia cautelare.
Modalità operative della rete criminale
Le prove raccolte includono più di 8.500 messaggi di chat intercettati, dichiarazioni dei lavoratori vittime e documentazione finanziaria. Tali elementi hanno permesso di ricostruire un “ciclo di sfruttamento” che parte dal pagamento anticipato per l’ingresso, attraversa la falsificazione di contratti e permessi, per poi culminare nella retribuzione diminuita e nel pagamento di alloggi indebitamente costosi. La Procura ha inoltre evidenziato l’uso di violenza psicologica e minacce per mantenere i migranti in uno stato di soggezione, impedendo loro di denunciare le condizioni di lavoro.
Le autorità trentine hanno sottolineato che il caso rappresenta uno dei più gravosi nella storia recente della regione, sia per il numero delle vittime sia per l’entità del profitto illecito ricavato, stimato in più di 1,1 milioni di euro tra sequestri e indagini.



