Dietro la promessa di inclusione delle scuole trentine si cela una realtà di contratti frammentati per il personale educativo. Federico Vitti della FP CGIL ha posto l’accento su condizioni che colpiscono soprattutto donne e che incidono direttamente sulla qualità del servizio offerto agli studenti.
Le criticità denunciate vanno dal meccanismo di ore minime per i contratti indeterminati fino all’assenza di retribuzione durante l’estate e al mancato riconoscimento del lavoro preparatorio. Il quadro, secondo Vitti, mette in discussione l’efficacia di un sistema che dichiara l’inclusione tra i suoi obiettivi.
Contratti e orari: la stabilità apparente svelata
Una contraddizione centrale evidenziata è quella di una stabilità formale che però non corrisponde a certezze reali per le lavoratrici: «Il primo paradosso è una stabilità solo di facciata», spiega Vitti. Molte educatrici hanno un contratto indeterminato ma con il minimo delle ore, e le integrazioni vengono tutte valutate e concesse di anno in anno. Questa struttura contrattuale produce due effetti immediati: da un lato compressione delle entrate complessive, dall’altro incertezza nella programmazione personale e professionale.
La scelta di mantenere contratti con poche ore di base penalizza in particolare chi cerca una carriera stabile nell’educazione scolastica; la situazione si traduce in una riduzione dell’attrattività della professione e in un calo di iscrizioni ai corsi di laurea specializzati, fenomeno che Vitti segnala come evidente.
Stipendi estivi, settimane contrattuali e compiti non retribuiti
Un elemento concreto e misurabile riguarda la presenza di mesi senza remunerazione: con l’estate molti operatori sono costretti all’aspettativa non retribuita per l’assenza del part-time ciclico verticale, e il risultato è netto nella busta paga. «Zero stipendio nei mesi estivi», recita la denuncia, con ovvie ricadute anche sui contributi previdenziali futuri. La perdita economica annuale riduce la sostenibilità della professione per chi deve mantenere una famiglia o programmare il futuro.
Altro risvolto pratico è il disallineamento tra le settimane lavorative previste dai contratti e la durata effettiva dell’anno scolastico in Trentino: i contratti si fermano dopo 33 settimanementre l’anno scolastico dura 35 settimane. Questa differenza lascia scoperti momenti fondamentali dell’attività didattica, come la fase finale dell’anno e gli esami, q uando sarebbe più importante garantire continuità educativa per gli alunni più fragili.
Ore preparatorie e coordinamento: lavoro invisibile
La terza criticità riguarda il riconoscimento delle attività diverse dall’ora in classe. La maggior parte dei contratti prevede la retribuzione delle sole ore frontali; la progettazione delle attività, il coordinamento con colleghi e insegnanti, l’aggiornamento e la preparazione rimangono spesso non pagati. Ciò crea un cortocircuito: chi vuole offrire un servizio di qualità si trova a scegliere tra fare lavoro gratuito a casa o limitare la propria attività professionale.
La scelta imposta alle lavoratrici alimenta un turnover che interrompe la continuità educativa: chi è già in servizio tende a cercare alternative più stabili, mentre i nuovi ingressi diminuiscono. Il risultato pratico è una perdita di punti di riferimento per gli studenti a maggior bisogno di stabilità.
Impatto politico e sociale della denuncia della FP CGIL
La posizione di Vitti contiene anche un appello alle responsabilità istituzionali e degli appaltatori: «Provincia e cooperative non possono più rimpallarsi le responsabilità», afferma, sottolineando come la definizione delle condizioni contrattuali sia un nodo che coinvolge più attori. Nel ragionamento della FP CGIL, un sistema che non dà dignità economica a chi opera nel settore educativo finisce per tradire gli obiettivi di inclusione che dichiara di perseguire: «Come possiamo pretendere un’inclusione d’eccellenza se non diamo dignità a chi se ne prende cura?».
La denuncia si chiude con una sentenza forte sul ruolo del welfare: «un welfare che non tutela chi lavora, inevitabilmente, tradisce anche i più deboli». È un monito che collega direttamente le condizioni contrattuali dei lavoratori alla qualità dell’offerta educativa e sociale sul territorio del Trentino.


