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Crollo dei bar trentini: perdita economica e proposta di legge

Il declino dei bar in Trentino porta a una perdita di 43 milioni e spinge Confesercenti a lanciare una proposta di legge.

Crollo dei bar trentini: perdita economica e proposta di legge

Negli ultimi sei anni il panorama dei servizi di prossimità in Trentino ha subito un netto restringimento. I bar tradizionalmente punti di aggregazione sociale, hanno registrato un calo continuativo, alimentando preoccupazioni sia economiche che culturali. Il fenomeno, osservato a livello nazionale, assume in provincia una valenza ancora più evidente, con effetti concreti sulla vita quotidiana dei cittadini.

Il calo dei bar tra il 2019 e il 2025

Secondo i dati forniti da Confesercenti nel periodo 2019-2025 il numero di esercizi al tavolo è passato da 1.591 a 1.448, un decremento del 9%. Questa perdita corrisponde a 143 chiusure in soli sei anni, equivalenti a quasi undici attività al giorno. Su scala nazionale, le imprese del settore sono scese da 169.839 a 145.766, indicando una contrazione del 14,2% e una perdita complessiva stimata di 7,2 miliardi di euro.

Impatto economico e distribuzione territoriale

Il risultato di queste chiusure si traduce in un impoverimento economico di circa 43 milioni di euro per la provincia. Il rapporto tra bar e popolazione è ora di 2,4 unità ogni mille abitanti, rispetto al 2,7 del 2019. A livello comunale, le cifre sono più drammatiche: a Trento, la capitale, si contano 31 bar in meno, passando da 319 a 288, con una perdita economica valutata intorno ai 9 milioni di euro, quasi un quarto del totale provinciale.

Conseguenze sociali dei locali chiusi

Il presidente di Fiepet, Federico Rigotti sottolinea che “quando un bar chiude, il danno non è solo a livello economico: le città e i centri storici perdono di attrattività, e la comunità perde un punto di incontro, un luogo in cui le persone possono fermarsi e mantenere vive le relazioni quotidiane”. Il concetto di luogo di aggregazione è

Cause alla base della crisi

Le ragioni di questo declino non sono uniche. Un aumento dei costi di gestione – energia, materie prime, affitti e salari – ha eroso i margini di attività a scontrino medio contenuto. La pandemia ha modificato le abitudini di consumo, con il lavoro da remoto che ha ridotto i flussi giornalieri nei centri urbani. A ciò si aggiunge la diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, la concorrenza di catene organizzate, la distribuzione moderna e i servizi di consegna a domicilio. Nei territori più fragili, l’invecchiamento demografico e il calo della popolazione hanno aggravato la situazione, mentre nei capoluoghi la pressione degli affitti ha accentuato la flessione.

La risposta di Confesercenti: firma per una legge di rigenerazione urbana

Per fronteggiare una tendenza ormai strutturale, Confesercenti ha avviato una raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”. Il bando prevede di raggiungere 50.000 firme entro il 25 novembre, soglia necessaria perché il testo venga discusso in Parlamento. La campagna, già avviata con due gazebo a Trento il 17 e 24 settembre, prosegue a Borgo Valsugana il 30 settembre, coinvolgendo amministratori, politici e rappresentanti del territorio.

Nel complesso, la chiusura dei bar non è solo una questione di numeri, ma un segnale d’allarme per la coesione sociale e per l’economia locale. La proposta di legge intende fornire a comuni e province gli strumenti per sostenere i servizi di prossimità rafforzando il tessuto urbano e preservando gli spazi di incontro fondamentali per la vita di comunità.

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