All’indomani delle tensioni che hanno coinvolto lo stretto di Hormuz, gli analisti sottolineano che la semplice riapertura non equivale a un ritorno istantaneo alla condizione precedente: serve tempo per una effettiva normalizzazione. Durante il Festival dell'economia di Trento è intervenuto Gregorio De Felice, chief economist & head of research di Intesa Sanpaolo, rilevando come la ripresa dei traffici comporterà ritmi diversi a seconda delle categorie merceologiche e degli stadi della filiera.
Nel suo intervento De Felice ha indicato stime concrete: circa un mese per il ritorno dei flussi di greggio e tra i 3 e i 6 mesi per la normalizzazione di prodotti raffinati, beni chimici e alluminio. Allo stesso tempo ha evidenziato che i movimenti di prezzo potrebbero manifestarsi prima sui mercati dei future se l’accordo che riapre il transito sarà giudicato credibile dagli operatori, perché i contratti a termine scontano anticipazioni e aspettative.
Tempistiche e logiche dietro le stime
Le differenze temporali indicate da De Felice non sono casuali: il greggio tende a riprendere flussi più rapidamente perché il trasporto via nave e le rotte possono essere riattivate in tempi relativamente brevi, mentre i prodotti raffinati, i beni chimici e i metalli richiedono più tempo per riallineare la produzione, le scorte e i contratti commerciali. Questa dinamica riflette la complessità della catena logistica e la necessità di riassorbire gli effetti di deviazioni e accumuli precedenti; in altre parole, la fase di assestamento dura più a lungo per le fasi industriali a valle.
Dinamiche di supply chain e vulnerabilità
I prodotti lavorati dipendono da impianti di raffinazione, impianti chimici e linee di approvvigionamento che non si riattivano istantaneamente: servono tempo per riallocare carichi, recuperare scorte e rinegoziare contratti logistici. Il risultato è che la ripresa fisica dei movimenti può richiedere mesi, non settimane, soprattutto per merci sensibili come l’alluminio e i composti chimici. Questo spiega perché la stima di 3-6 mesi rappresenta una valutazione prudente, basata su tempi di produzione, disponibilità di terminal e capacità di raffinazione.
Prezzi, future e percezioni di mercato
Dal punto di vista finanziario, le quotazioni possono reagire prima della completa ripresa fisica grazie al ruolo anticipatorio dei contratti a termine: il mercato dei future spesso incorpora in anticipo aspettative su offerta e domande future. De Felice ha osservato come un accordo convincente per la riapertura potrebbe indurre ribassi o aggiustamenti nelle curve forward, mentre la percezione che il conflitto sia stato temporaneo ha già influito sul posizionamento degli investitori e sulle valutazioni.
I segnali dalle borse e la valutazione del rischio
Un elemento significativo sottolineato dall’economista è la reazione dei mercati azionari, che nel complesso hanno mostrato quotazioni spesso superiori ai livelli antecedenti l’inizio dei bombardamenti: un segnale che molti operatori non hanno prezzato un’escalation prolungata. Questa cautela si traduce in una più rapida capacità dei mercati finanziari di assorbire lo shock rispetto al mondo reale delle merci, ma implica anche che eventuali sorprese geopolitiche potrebbero generare movimenti bruschi proprio perché le valutazioni incorporano aspettative di ritorno alla normalità.
Implicazioni pratiche e scenari possibili
Per imprese e decisori politici le ripercussioni pratiche sono chiare: bisognerà monitorare l’evoluzione del transito e prepararsi a orizzonti temporali differenziati. La sicurezza energetica, la riorganizzazione delle rotte commerciali e le strategie di approvvigionamento dovranno tenere conto della possibilità che alcune categorie richiedano mesi per ritornare a piena capacità. Analisti come De Felice mettono in guardia dall’attesa di un recupero istantaneo e invitano a interpretare i segnali dei mercati finanziari come utili anticipatori ma non sostituti delle verifiche operative sul terreno.



