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Trento, caso parto casalingo: condanne per ostetriche e risarcimento

Trento, un parto podalico a casa finisce in tragedia: condanne per genitori e ostetriche, risarcimento di 600 mila euro per la bambina.

Trento, caso parto casalingo: condanne per ostetriche e risarcimento

Il 29 settembre una giovane coppia di Trento sceglie di far nascere la prima figlia nella propria abitazione, affidandosi a due ostetriche esperte. Il parto, previsto in posizione podalica, era stato sconsigliato più volte dal reparto di ostetricia e ginecologia del centro ospedaliero Santa Chiara, che aveva evidenziato il rischio di complicazioni gravi e raccomandato il ricovero immediato in caso di rottura delle membrane o di arresto dei movimenti fetali.

Durante le dieci ore di travaglio la situazione peggiora: il sacco si rompe, la frequenza cardiaca del neonato cala drasticamente e le ostetriche, non appartenenti al servizio sanitario pubblico, non attivano tempestivamente il soccorso medico. Al loro arrivo il neonato è in ipotermia, cianotico e con arresto cardiocircolatorio, senza alcuna rianimazione in corso.

Condanne per lesioni gravissime e falso pubblico

Il giudice Greta Mancini, nella sentenza del 17 luglio 2024, ha ritenuto responsabili di lesioni gravissime sia i genitori sia una delle due ostetriche, infliggendogli tre mesi di reclusione con pena sospesa. L’altra ostetrica è stata condannata a nove mesi per lesioni gravissime e per falso pubblico in quanto accusata di aver modificato la cartella ostetrica alterandone gli orari e le fasi del parto. L’appello ha confermato tutte le condanne, eccettuando il capo d’accusa di falso, per cui l’ostetrica è stata assolata.

Le autorità giudiziarie hanno sottolineato che la posizione podalica era stata identificata già due mesi prima del parto e che la prassi medica prevede un taglio cesareo in tali circostanze, al fine di evitare il rischio di ipossia e danni cerebrali permanenti. La decisione della coppia di procedere a domicilio, nonostante gli avvertimenti, è stata ritenuta una grave violazione del principio di tutela della salute del neonato.

Risarcimento di seicentomila euro per la piccola vittima

Accanto alle pene detentive, il tribunale ha disposto un risarcimento provvisorio di 600 mila euro a favore della bambina, ora di nove anni, che presenta ancora notevoli limitazioni motorie e cognitive. L’avv. Marina March, curatrice speciale del minore, aveva chiesto una somma iniziale di almeno un milione di euro, ma il giudice ha considerato il provvedimento di 600 mila adeguato al danno subito.

Nel fascicolo dell’indagine, la pm Alessandra Liverani ha evidenziato come il ritardo nell’allertare i soccorsi abbia aggravato le lesioni, trasformando un’eventuale emergenza gestibile in una tragedia irreversibile. Le difficoltà respiratorie e la prolungata ipossia hanno lasciato al neonato danni permanenti, che richiedono assistenza specialistica continua e costi sanitari elevati per l’intera famiglia.

Implicazioni per la pratica ostetrica domiciliare

Il caso ha riacceso il dibattito tra le associazioni professionali e i legislatori sulla legittimità dei parti domiciliari in situazioni ad alto rischio. Gli esperti sottolineano che, sebbene la scelta del luogo di nascita sia un diritto delle donne, essa deve essere *compatibile* con le linee guida cliniche e garantire la presenza di strutture pronte a intervenire in caso di emergenza.

Le autorità sanitarie di Trento hanno annunciato l’avvio di una revisione dei protocolli per i parti a domicilio, prevedendo una maggiore supervisione da parte dei medici ospedalieri e l’obbligo di segnalare tempestivamente ogni condizione a rischio, come la posizione podalica, per evitare il ripetersi di situazioni analoghe.

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