Il 20 ottobre una squadra di volontari internazionali si trovava a sud di Hebron, nel villaggio di al-Bweib, per collaborare con l’associazione palestinese Youth of Sumud. Tra loro c’erano Alberto Tartarotti, 67 anni, e suo figlio Manuel, entrambi provenienti da Bolzano. Nel pomeriggio della vigilia del loro arresto avevano appena incontrato altre cinque attiviste italiane, appena arrivate, quando è scoppiata la prima tensione.
Dettagli dell’arresto e delle accuse
Alle prime luci di martedì mattina la polizia israeliana è intervenuta nella zona di al-Bweib, citando la partecipazione a una raccolta di olive non autorizzata. Alberto riferisce che, al momento dell’intervento, lui e Manuel erano impegnati a organizzare la distribuzione di volontari nei campi per proteggere i palestinesi dalle incursioni dei coloni, non a raccogliere le olive. Dopo essere stati fermati, i due sono stati condotti a una base militare di Hebron, dove hanno subito interrogatorio, hanno fornito impronte digitali e campioni di DNA, e sono rimasti ammanettati per l’intera giornata.
Le ragioni fornite dalle autorità
Secondo il comunicato dell’autorità di sicurezza, i Tartarotti avrebbero violato l’accesso a un’area di addestramento militare e avrebbero collaborato con un’organizzazione designata terroristica da Israele. Viene inoltre menzionata una presunta raccolta di olive non autorizzata vicino ad At-Tuwani, sebbene Alberto sostiene di non aver mai visto le olive e di non aver mai partecipato a tale attività.
Il ruolo dei volontari internazionali sul campo
L’obiettivo dichiarato di Youth of Sumud, premiata nel 2024 con il riconoscimento Alex Langer, è quello di offrire una presenza “scudo” ai contadini palestinesi, impedendo ai coloni di monopolizzare i frutteti. Alberto sottolinea: “La presenza dei volontari internazionali serve da scudo, a proteggerli dalle incursioni dei coloni, non a raccogliere le olive”. Questa affermazione rispecchia l’esperienza di altri attivisti, che hanno notato come le autorità tendano a arrestare e immediatamente espellere chiunque possa testimoniare le violenze dei coloni.
Espulsione, divieto decennale e ritorno in Italia
Dopo una notte trascorsa in cella, i due sono stati trasferiti a un ufficio dell’immigrazione vicino a Tel Aviv e, il giorno successivo, rimpatriati su un volo di linea israeliano. L’espulsione è stata accompagnata da un divieto di ingresso in Israele di dieci anni. Alberto osserva che “di quello che succede in Cisgiordania se ne parla gran poco e sta avvenendo la stessa cosa già successa a Gaza”. La sua analisi indica una strategia volta a far silenziare le testimonianze internazionali, rendendo più difficile per il mondo osservare la realtà sul terreno.
Prospettive future e appello alla comunità internazionale
Alberto e Manuel, nonostante la stanchezza accumulata, ribadiscono che il loro scopo non è la notorietà ma la visibilità della situazione palestinese. Essi chiedono che l’attenzione si concentri sull’associazione di Sami Huraini e sul popolo palestinese, piuttosto che sui singoli volti dei volontari italiani. L’obiettivo dichiarato di Israele, secondo Alberto, è “decimare la popolazione e prendersi il territorio”. Per questo, la presenza di internazionali resta fondamentale: più volontari ci sono, più difficile diventa per le forze di occupazione operare indisturbati.



