Negli ultimi quattro mesi la regione ha registrato quattro differenti indagini su caporalato legate al reclutamento di lavoratori stranieri. Le denunce provengono da braccianti che avevano ottenuto il permesso d’ingresso grazie al cosiddetto decreto flussi, ma che poi si sono trovati intrappolati in una rete di sfruttamento.
Il caso più recente ha avuto luogo nella Val di Non, dove la Guardia di Finanza ha intercettato un complesso sistema di intermediazione gestito da un ristoratore di 37 anni di origine indiana. L’uomo aveva organizzato il reclutamento di giovani operai nel suo paese d’origine, esigendo somme comprese tra 10.000 e 12.000 euro per garantire loro l’ingresso in Italia e ulteriori 4.000-6.000 euro per la conversione del contratto da stagionale a subordinato.
Il ristorante di Trento e il meccanismo di reclutamento dei braccianti indiani
Secondo le testimonianze raccolte, i candidati venivano contattati direttamente in India e, una volta versato il denaro richiesto, approdavano in Italia per lavorare prevalentemente nei ristoranti e nelle aziende agricole della Val di Non. Il denaro veniva trattenuto dall’intermediario, i salari poi venivano drasticamente ridotti e gran parte della retribuzione veniva deviata verso le proprietà dell’imprenditore, compresi immobili acquistati per fare da alloggio ai migranti.
Indagini della Guardia di Finanza e sequestro da 384.551 euro
Le autorità hanno disposto un sequestro preventivo per un valore complessivo di 384.551 euro, includendo contanti, veicoli e immobili. Tra i beni confiscati figurano una casa del valore di oltre 300.000 euro, una Harley-Davidson, una Land Rover Defender e quote societarie in attività di ristorazione. Le indagini, condotte dal comando provinciale di Trento, hanno analizzato più di 8.500 messaggi scambiati sul cellulare dell’imprenditore, confermando l’esistenza di una rete di estorsione, riciclaggio e intestazione fittizia di beni.
Beni confiscati: immobili, Harley e Land Rover
Le casse contenenti circa 42.000 euro, già sequestrate in un’indagine precedente, sono state nuovamente rinvenute tra i documenti patrimoniali dell’uomo. La ricostruzione finanziaria indica che gran parte del profitto illecito è stato impiegato per acquistare proprietà immobiliari nella zona, oltre a veicoli di lusso, con l’intento di dare un’immagine di rispettabilità al fronte legale delle attività imprenditoriali.
Altri episodi di caporalato emersi nello stesso periodo
Il caso della Val di Non si aggiunge ad altri tre procedimenti aperti nell’anno corrente. A luglio, le forze dell’ordine avevano arrestato un cittadino pakistano per aver gestito un sistema analogo che aveva sfruttato 84 braccianti nella raccolta di piccoli frutti. In un’indagine precedente erano stati sequestrati 800.000 euro legati a un giro di tratta di nigeriani in Valsugana, con un capo di rete arrestato assieme alla moglie. Questi episodi dimostrano come la tratta di manodopera si sia radicata in diversi settori, dall’agricoltura alla ristorazione.
Reazione di Coldiretti e richieste per il futuro
L’organizzazione di rappresentanza agricola ha rilasciato una nota di sostegno alle operazioni delle autorità, condannando fermamente i responsabili. Il presidente ha sottolineato che tali comportamenti “infangano l’impegno di migliaia di agricoltori onesti” e ha chiesto l’isolamento e la punizione massima di chi sfrutta i lavoratori. Coldiretti ha ricordato di aver già adottato un codice etico interno e di aver attivato canali di segnalazione per intercettare tempestivamente eventuali infiltrazioni criminali nella filiera agricola.
Il coordinamento tra istituzioni, sindacati e associazioni di categoria è stato descritto come fondamentale per estirpare definitivamente queste reti. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire trasparenza dal campo alla tavola, proteggendo i soggetti più vulnerabili e difendendo le imprese che operano nel rispetto della legge.



